Perché la cauzione sulle bottiglie non può essere la soluzione

icebergMentre i vari think tank ambientalisti si arrabattano per organizzare convegni virtuali sulla sostenibilità post coronavirus, con l’incognita del rinvio della plastic tax all’orizzonte, ieri il Corriere della Sera intervista chi ha trovato la quadratura del cerchio: «La svolta della sostenibilità, cominciamo dalle bottiglie» è il titolo dell’intervista a tutta pagina al presidente di Acqua Sant’Anna, Alberto Bertone, secondo il quale, appunto la soluzione è introdurre la cauzione sulla plastica.

Ma dire che introdurre la cauzione con le bottigliette mangiaplastica è la soluzione, equivale a ipersemplificare il problema e a guardare solo alla puntina dell’iceberg.

Le bottiglie di plastica infatti sono solo una delle poche tipologie di imballaggio che sono facilmente riciclabili e il cui riciclo vale davvero qualcosa, ovvero: riciclandole non si aiuta soltanto l’ambiente, ma si ottiene un plus economico. Per questo motivo l’industria del riciclo del pet di cui sono fatte le bottiglie è un’industria che lavora a pieno regime e che nel nostro Paese è all’avanguardia.

Se per assurdo domani una bacchetta magica mettesse ad ogni angolo di strada una macchinetta mangia plastica con cauzione avremmo come conseguenza quella di cancellare e perdere milioni di investimenti che l’industria del riciclo ha fatto in questi anni negli impianti di selezione, perdendo anche centinaia di migliaia di posti di lavoro. Poco male, si dirà: tanto serviranno manutentori per le macchinette (ne servono parecchi, e potremmo suggerire di andare a intervistare qualche sustainability manager di centri commerciali dove le macchinette sono durate sì e no un anno), inservienti che facciano la spola continua tra macchinetta e scarrabili per portare i sacchi pieni di bottiglie, consulenti informatici per gestire la telemetria delle macchinette, tutor che spieghino pazientemente ai cittadini come farle funzionare ecc ecc.

Ma siccome le bacchette magiche non esistono, in questa fase (per la verità già da alcuni anni) le macchinette vengono messe qua e là ogni tanto, per iniziativa dei centri commerciali che le utilizzano come leve di marketing o da qualche comune che così potrà fregiarsi di essere ancora più plastic free (esisterà ancora questo slogan alla fine dell’emergenza coronavirus?). Essendo a macchia di leopardo e resistendo di solito un annetto o due prima di essere abbandonate (perché il marketing manager deve pur dimostrare di servire a qualcosa, e quindi avrà trovato qualcosa di nuovo, più stimolante e magari anche più utile) i sacchetti pieni di bottiglie vanno a finire nello stesso impianto di selezione dove vanno a finire tutti gli altri imballaggi di plastica raccolti nelle campane o porta a porta, senza quindi alcun risparmio di tempo o di energia.

Mi si dirà: “E’ ma da qualche parte bisogna pur cominciare, Roma non è stata fatta in un giorno e i soldi della cauzione ce li metterà lo stato!” D’accordo. Ma a parte il fatto che dal punto di vista di un ambientalismo scientifico  è diseducativo far credere al cittadino che una bottiglietta in pet valga 10, 20 o 30 centesimi anziché zero-virgolazerozerozeroqualcosa, io mi chiedo: Se da qualche parte bisogna cominciare investendoci denaro pubblico, perché cominciare proprio da una parte di una parte di una parte del problema, che oltretutto è l’unica parte che vanta un’industria del riciclo (ancorché la quantità di bottiglie raccolte possa e debba aumentare, questo nessuno lo mette in dubbio) che funziona e che rende?

“Ok signor Sotuttoio! Qual è allora la soluzione?” Primo: non esiste mai una sola soluzione (la famigerata bacchetta magica!); esistono una serie di azioni che possono contribuire a migliorare la situazione complessiva aggredendo il problema vero, che non sono le bottiglie e non è nemmeno la plastica in senso lato, che peraltro in questi giorni di igienizzazione forzata all’ennesima potenza ha dimostrato tutta la sua imprescindibilità.

Limitandosi per motivi di spazio ed attenzione a ragionare dei soli imballaggi (che sono anch’essi una parte di una parte della questione), il problema è rappresentato dagli imballaggi che pur essendo raccolti in modo differenziato non possono essere riciclati, per una serie di motivi: per esempio perché sono fatti con materiali poliaccoppiati e non separabili, oppure perché sono fatti con polimeri non riciclabili, o infine perché sono fatti con materiali fintamente riciclabili: ovvero ecodesign. Ma che sia eco davvero, perché non basta mettere il prefisso eco o bio affinché una bottiglia lo sia per davvero, anche se magari poi si aggiunge il claim “la prima bottiglia al mondo biodegradabile e compostabile negli appositi siti di compostaggio industriale”.

A livello legislativo le armi per riorientare in senso ecologico il product design ci sono: per esempio tassando maggiormente gli imballaggi o i prodotti più difficili da riciclare. E se la plastic tax sembra destinata ad essere rinviata sine die per evitare l’ennesima mazzata sull’industria ai tempi del coronavirus, la speranza la dobbiamo riporre sulla direttiva europea sugli imballaggi mono uso, che si spera vengano tassati a prescindere dalla natura del polimero, ma piuttosto in base alla loro effettiva riciclabilità. E a quel punto non basterà avere il prefisso bio davanti a bottle.

Questo articolo è pubblicato anche su greenreport.it, il primo quotidiano online per un’economia ecologica.

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