Recensione. Acciaio

Ho impiegato dieci anni prima di trovare il coraggio di leggere Acciaio. Ricordo quando cominciò ad avere successo. Piegai le labbra con sufficienza vedendo crescere il miracolo editoriale dietro casa mia: pensai alla solita raccomandazione, al solito caso editoriale prodotto a tavolino, all’impossibilità che dalla provincia più provincia che mai potesse scaturire un capolavoro in grado di vincere premi a ripetizione, fino a sfiorare la vittoria dello Strega.

Per superare la mia sana invidia, invidia non cattiva, nei confronti di quella “ragazzina” per giunta più giovane di me, che aveva realizzato il mio sogno mentre io annaspavo tra desk, inchieste e reportage giornalistici, ho dovuto dunque aspettare di riuscire a scrivere il mio primo romanzo. E poi di trovare il mio editore. E ora che ce l’ho fatta, che sono in pieno editing de L’anima dei sassi, e che ho letto Acciaio, posso dire che il successo di questo libro è stato meritatissimo.

Silvia Avallone scrive divinamente, o almeno, ha scritto divinamente Acciaio, un romanzo che è verismo puro. Puro, duro, cinico ed ironico, Acciaio è l’affresco di un’Italia antica, che di lì a pochi anni sarebbe scomparsa definitivamente: ingoiata dall’esplosione digitale, fagocitata dall’esternalizzazione multinazionale, nascosta sotto coltri di norme ipersalutistiche e di prevenzione sui luoghi di lavoro. Un’Italia che sarebbe diventata vittima di populismi qualunquistici e annientata da ossessioni terroristiche e pandemiche che vanno alla deriva nelle incertezze di questo terzo millennio.

Realismo post-moderno ante-millennials, quello di Acciaio. Dove c’è proprio tutto: la droga facile, la fine del proletariato, la delocalizzazione industriale, i sentimenti, la passione, l’amore. E poi c’è Piombino, una città operaia e brutta, che trovava il suo senso di esistere solo per i traghetti verso l’Elba e per la sua grande fabbrica, che rimpicciolava sempre di più circondandosi di scarti siderurgici. E non è un caso se ai piombinesi, nel 2010 pienamente lanciati in un folgorante greenwashing turistico, Acciaio non è mai piaciuto, a cominciare dal sindaco di allora.

Oggi Anna e Francesca rappresentano la fine delle ipocrisie, una provocazione naif, quasi ridicola se letta dal punto di vista di un diciottenne di oggi: il quarto d’ora di celebrità non si trova più davanti a una dozzina di vecchi bavosi che si masturbano dietro le persiane dei loro tuguri di una qualsiasi via Stalingrado italiana, dove tutti sanno, tutti vedono, ma nessuno dice cosa accade nel privato di quegli appartamenti fatiscenti, tra violenze, stupri e corna. Oggi il quarto d’ora di celebrità si misura in culi dondolati e smorfie frenate dopo velocissime canzoni trap, davanti a milioni di followers.  Tutto è perennemente esposto e non si nasconde più nulla, tranne le proprie insicurezze.

Invece mentre il mondo cercava faticosamente di riprendersi dalla crisi finanziaria del 2008 – anche le certezze economiche erano deflagrate, come era successo prima con quelle civili (in Acciaio si rivive anche dai bar della provincia livornese l’attacco alle Torri Gemelle) – usciva dunque questo libro che disegnava un società a cavallo del millennio, che nel giro di dieci anni era già scomparsa. Il livellamento digitale infatti si è mangiato anche la poesia terribile delle province proletarie italiane: e anche nella stamberga più fatiscente, occupata malamente, oggi sono entrati computer, tablet, play station, wi fi, sky e netflix.

Forse a pensarci bene a rimanere uguali sono solo i grandi campi assolati di pomodori e cocomeri, dove arrancano schiavi neri per la raccolta estiva. I poveri più poveri, sfuggiti a persecuzioni africane, sopravvissuti alle sevizie libiche, graziati dal mare nostrum, eppure sconfitti e annichiliti dalla globalizzazione.

Acciaio è un libro assoluatmente da leggere, perché è come “se il tempo potesse scivolare inavvertito dentro le stanze, sotto le porte. Se ogni cosa potesse concludersi in quella posizione sbilenca della testa sulla poltrone, le mani riposte in grembo, dimentiche di tutto quello che hanno fatto, senza traccia, come se non avessero mai cementato una casa, e plasmato rotaie, e percorso corpi, e inciso in profondità i figli”.

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