I Leoni di Sicilia riscattano il verismo

I leoni di Sicilia è un romanzo moderno, verista, impeccabile. Ed è anche un romanzo che riscatta il cliché drammatico delle saghe familiari siciliane. Impossibile non pensare per contrasto ai Malavoglia, ai tanti poveri pescatori e contadini che sono rimasti, nei secoli, poveri pescatori e contadini. La rivoluzione sociale rappresentata dai Florio è un cazzotto nell’occhio, per la sua crudezza e il suo cinismo. E se si può imputare qualcosa alla storia, è di aver omesso scorciatoie legali e illegali che nel corso della loro epopea i Florio avranno dovuto per forza di cosa combinare, per arrivare laddove sono arrivati.

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Tre recensioni thriller: Tuti, Basso, Carrisi

Oggi una recensione multipla: Fiori sopra l’inferno di Ilaria Tuti, Un caso speciale per la ghostwriter di Alice Basso e Il tribunale delle anime di Donato Carrisi.

Devo però fare una premessa, a parziale giustificazione del mio giudizio: non mi piacciono i gialli né i thriller soprattutto se sono fini a sé stessi, a riprova basti pensare che non ho mai più letto una riga di Stephen King dopo aver letto da adolescente Christine la macchina infernale.

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Recensione. Acciaio

Ho impiegato dieci anni prima di trovare il coraggio di leggere Acciaio. Ricordo quando cominciò ad avere successo. Piegai le labbra con sufficienza vedendo crescere il miracolo editoriale dietro casa mia: pensai alla solita raccomandazione, al solito caso editoriale prodotto a tavolino, all’impossibilità che dalla provincia più provincia che mai potesse scaturire un capolavoro in grado di vincere premi a ripetizione, fino a sfiorare la vittoria dello Strega.

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Recensione – Lucertole

Lucertole di Laura Minguell Del Lungo è uno di quei libri che andrebbero letti. A prescindere. Non perché è scritto bene (ma lo è), per la trama (eppure fila bene ed è coerente fino all’ultimo), o per l’umorismo o il cinismo che lo contraddistingue. E nemmeno per l’azzeccatissimo e osmotico paragone tra lucertole e medici rianimatori-anestesisti.

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Le regole della risonanza. Recensione

Oggi vorrei segnalarvi il romanzo di esordio di Francesca Bognolo, “Le regole della risonanza” uscito in libreria da pochi giorni con l’editore bookabook. Avendolo preacquistato in formato ebook, ho potuto leggerlo con qualche settimana di anticipo, anzi è il libro che mi ha piacevolmente accompagnato verso la fine dell’estate.

La storia è ambientata in un paesino di montagna, non una località turistica di primo piano, di quelle blasonate, piuttosto un luogo di villeggiatura che potremmo definire “da tranquillo campionato di serie B”. E nonostante il nome vero non venga mai citato, alla fine del libro ho scoperto che era esattamente il paesino che mi ero immaginato fosse (quindi bravissima l’autrice ad aver reso bene atmosfera), dove da piccolo avevo fatto una settimana bianca abbastanza insoddisfacente.

L’autrice pennella abilmente caratteristiche e cultura dei paesini di montagna, scandite dalle stagioni turistiche, con le loro debolezze e le loro certezze pronte a sgretolarsi al primo temporale di fine estate. Credo che Le regole della risonanza sia un affresco verista e spietato di queste località che puntellano le nostre alpi e il nostro appeninno. E credo che aver saputo cogliere e fotografare queste quotidianità sia il pregio più grande di questo libro.

Anche la protagonista è come il suo paese: vivacchia nel suo mondo ristretto senza troppe ambizioni, rimanendo sempre all’ombra di qualcosa o di qualcuno. Finché nel paesino piomba una troupe cinematografica che sconvolge la sua vita, rompendo il guscio dell’indolenza e trasformandola completamente.

Sarà una metamorfosi e una maturazione sia esteriore che interiore, perché Ada nel frattempo farà luce anche nel suo passato, sciogliendo i nodi familiari e quelli legati ad amicizie e inimicizie che si sono venuti a creare nel corso degli anni.

Una storia che si legge davvero volentieri, inserita in un paesaggio montano di cui si sentono i profumi e si vedono i colori. Ottimo esordio narrativo.  

Niente caffè per Spinoza (di Alice Cappagli)

“Niente caffè per Spinoza” di Alice Cappagli edito da Einaudi, è un libro a cui mi sono avvicinato con curiosità e per un motivo assai pratico:  l’autrice è livornese e ha ambientato la storia nella mia città, anzi, nel quartiere dove sono cresciuto. E se fa sempre un po’ effetto quando un autore è così bravo da farti vivere la storia insieme al personaggio, figurarsi quando questo personaggio è realmente esistito e può essere capitato di incontrarlo davvero, mentre camminavi su quello stesso marciapiedi per andare a scuola, oppure puoi averlo visto sulle panchine del parco dove ogni pomeriggio andavi a giocare a pallone.

“Niente caffè per Spinoza” è un delicato affresco degli ultimi mesi di vita di un anziano professore di filosofia, raccontato attraverso gli occhi schietti di una giovane livornese che se ne prende cura come badante, mentre la figlia del professore lavora in un’altra città, tremendamente in carriera, completamente impelagata in mille cose da fare e mille responsabilità.
Maria Vittoria dunque rappresenta una badante ante litteram, che si trova contemporaneamente ad affrontare la separazione da un marito violento, la riscoperta della libertà ed addirittura una piccola storia d’amore. Grazie ovviamente anche a quello che imparerà da quell’anziano professore così burbero e un po’ svampito, completamente inetto delle cose pratiche e tutto preso dai sui libri, dalle sue citazioni colte, dagli altri compagni di filosofia che ogni tanto lo vengono a trovare per fare due passi nel parco disquisendo di Pascal o di Spinoza.
Tutto il libro è ovviamente impreziosito da citazioni e aneddoti legati alla filosofia e ai filosofi che fanno da controcanto alle buffe peripezie del professore che non tiene minimamente conto delle cose pratiche, come mettersi una giacca pesante in pieno agosto.
L’autrice  in questo suo esordio col botto per Einaudi (in questi giorni sempre per Einaudi esce il suo secondo libro, “Ricordati di Bach”) non manca mai di accompagnare la storia con la musicalità che è parte della sua vita reale e che nel libro suona attraverso il libeccio che a tutte le ore e in tutti i giorni penetra nella casa del professore, che si trova all’ultimo piano di un quartiere residenziale di Livorno. Dove il vento, e soprattutto il libeccio, non manca mai.

(La recensione è stata scritta diversi mesi dopo la lettura del libro)

L’influenza del blu – recensione

influenzaL’influenza del blu”, di Giulio Ravizza è un romanzo che può essere ascritto al genere distopico: ambientato in un futuro non troppo lontano descrive un mondo che ha deciso di eliminare il blu dopo aver scoperto che questo colore rende le persone infelici, avide, sempre pronte a fare piccole e grandi guerre. Il mondo fantastico di Giulio Ravizza è dunque un mondo edonistico dove non importa essere intelligenti né studiare, dove non servono le porte chiuse e la proprietà privata, dove si dorme tantissimo e si mangia pochissimo. Non si uccidono gli animali né tanto meno gli uomini, che fanno sesso quando vogliono, con chi e con quanti capita. Ovviamente non esiste alcuna religione e tutti gli istituti di culto sono chiusi e abbandonati. E si guarda con compassione e incomprensione ‘al mondo di prima’ dove l’uomo creava tante cose inutili per poi autodistruggersi con le proprie debolezze e paure nei confronti del diverso. Continua a leggere “L’influenza del blu – recensione”