I viaggi segreti di Carlo Rossmann. Recensione

elena cortiI viaggi segreti di Carlo Rossmann è un libro che ha tanti pregi, ma quello principale è stato quello di avermi fatto rileggere per l’ennesima volta – direi la quarta o quinta volta – Amerika di Franz Kafka, che resta il mio autore preferito insieme al vivente Haruki Murakami.

Carlo Rossman infatti è il nome del protagonista che Elena Corti ha mutuato dal protagonista di Amerika (Karl Rossmann) e che probabilmente  nelle sue intenzioni costituisce anche una moderna trasfigurazione del romanzo mai terminato da Kafka.

L’inizio in effetti regala atmosfere aderentissime e prettamente kafkiane. Ed ho assaporato con goduria le diverse sollecitazioni nascoste nel buio seminterrato da cui deve emergere forzatamente il giovane archivista appena licenziato senza un perché. I lunghi e oscuri corridoi, le porte impreviste, le domande senza risposta, le complicazioni burocratiche, i personaggi assurdi, paurosi e caricaturali (devo essere sincero, qualcuno fin troppo, mi ha fatto storcere un po’ la bocca!) che Carlo incontra nel suo iniziale peregrinare attraverso gli ambienti dell’amministrazione provinciale sono in effetti gli stessi corridoi del palazzo di giustizia in cui si perde Joseph K., il protagonista del Processo.

Il mistero del non detto deciso da un’entità sconosciuta, la fragilità dell’uomo moderno, l’impossibilità di comprendere o anche soltanto di agire provando a ribellarsi al sistema fanno del primo Carlo Rossmann un perfetto antieroe kafkiano. E come in Kafka la componente comica è fondamentale anche in questo libro,  grazie a figurazioni grottesche e surreali che esasperano i tanti vizi della nostra contemporaneità (ricordo a questo proposito un bel lavoro di Renato Barilli, Comicità di Kafka).

Poi, e direi fortunatamente, la Corti esce dal sicuro solco dello scrittore boemo ed è capace di ritagliarsi una bella storia tutta sua: anche se il suo protagonista sarà costretto ad affrontare le situazioni e i lavori più impensabili proprio come il Karl di Amerika – lavori figli della società liquida come direbbe Bauman e spersonalizzata in cui viviamo – nei “Viaggi segreti” il protagonista porta a compimento una maturazione interiore propria. Raggiunge persino una sorta di successo personale (basta pensare ai veri amici che riesce a farsi a differenza di Karl) e vendicando così tutti i meschini protagonisti kafkiani che invece il lieto fine non l’hanno mai visto, o per scelta (in pochi casi in realtà) o per ko tecnico da parte dell’autore, che li ha lasciati sospesi insieme a tutti i suoi romanzi incompiuti.

La copertina invece non mi è piaciuta. Se non avesse avuto quel titolo una copertina così non mi avrebbe mai attirato. E anche dopo, a lettura ultimata, la trovo troppo solare, colorata e giocosa (nonostante le nuvole) per il testo: è vero che il luna park ha un ruolo importante nel romanzo, ma è un luna park che ha un significato molto diverso da quello a cui siamo abituati: non è un parco dei divertimenti, ma il rifugio. Anzi direi La tana’, per concludere con l’ennesima citazione kafkiana.

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